di Andrea Feraco

Alcune settimane fa un mio caro collega e amico mi chiede di facilitare un workshop organizzato da un team che stava per avviare un importante progetto di migrazione tecnologica. In queste occasioni è abbastanza normale che il management di un’azienda voglia avere un’idea dei costi e tempi attesi. In circostanze del genere ci siamo trovati spesso a utilizzare la tecnica dell’affinity estimation, grazie alla quale in poche ore di incontro ci si fa un’idea delle dimensioni di ciò che si sta per affrontare.

Ma non voglio parlare di questo.

Qualche giorno dopo il suddetto workshop, uno dei partecipanti mi invia un whatsapp…

Appena l’ho ricevuto, sono letteralmente morto dalle risate. Verso la fine di quel workshop, infatti, alcuni dei partecipanti chiesero la possibilità di discutere il piano, rivelatosi poi nella forma di un gantt, che avevano ipotizzato nei giorni precedenti. Ho ascoltato con attenzione per diversi minuti la presentazione di questo gantt. Al termine ho semplicemente commentato: “ecco, vedi quel file sul desktop, prendilo e piano piano trascinalo nel cestino!”.

Voglio chiarire che ho una grandissima stima verso i colleghi che hanno lavorato a quel gantt, anzi in realtà quel gantt aveva un senso importante per alcune ragioni che ne avevano richiesto l’elaborazione. D’altra parte il gantt è solo uno strumento, e come tutti gli strumenti possono essere utili se ci ricordiamo che individui e interazioni hanno più valore di processi e strumenti.

Questo breve aneddoto mi ha portato a fare qualche riflessione sul gantt e sul disprezzo che si ha di questo strumento nel mondo dei cosiddetti agilisti.

Personalmente ho conosciuto il gantt intorno al 1997, ero allora studente di ingegneria. Diedi anche un esame che comprendeva un elaborato sul gantt. Poi per qualche anno ne sentii parlare poco, all’inizio del mio percorso professionale ero uno sviluppatore nella parte bassa della gerarchia aziendale e di conseguenza avevo poca visibilità delle pianificazioni. Ebbi la fortuna di fare un po’ di carriera con posizioni via via più vicine a quelle manageriali e iniziai a vedere gente che lavorava con questo “magnifico” strumento. Ammetto che ero terrorizzato, vedevo il nome mio e di altri colleghi sui vari task cui erano assegnate delle durate e delle dipendenze e temevo che non avrei rispettato quei tempi, peggio ancora ero spaventato quando mi chiedevano una stima che sapevo poi si sarebbe andata ad incastrare in quel reticolo di righe e relazioni, e se avessi dato una stima sbagliata sarebbe saltata tutta la pianificazione!

Ma il peggio iniziò ad arrivare quando fu chiesto a me di lavorare alle pianificazioni. Nella mia mente passavano pensieri: “non so farlo”, “ma come fanno gli altri manager a capire quali attività ci vogliono?!?”, “come fanno a sequenziare attività, come capiscono a chi assegnarle?!?”…

Pensai che non fosse mestiere per me. Soprattutto vedevo altri manager che si affannavano dietro ai gantt, ci passavano le serate, fin quando alcuni uscivano orgogliosi dicendo di aver finito perché il gantt era finalmente pronto, “girava”! Sì, era il classico esempio di “working software”. E poi si passava il tempo “ansiosamente” a controllare, a spostare e riassegnare task, a chiamare le persone per chiedere perché avevano finito in ritardo, come recuperare, e subentravano subito straordinari (spesso non pagati) e weekend di lavoro per recuperare i ritardi sul piano. E comunque i progetti finivano in ogni caso in ritardo, e poi si riciclava continuamente in attività di negoziazione coi clienti sulle change request, e sui cambi di pianificazione, e sui costi, e sui tempi… bla bla bla, sui rilasci pieni di bug per rispettare le deadlines, sul fatidico “effetto demo”…

Devo andare avanti?

Quanti hanno vissuto o stanno ancora vivendo queste situazioni?

E il valore di ciò che si rilascia al cliente dov’è in tutto questo? Gli obiettivi per soddisfare i bisogni del cliente chi li gestisce? E la creatività delle persone, come la si supporta? Siamo solo ruote di un ingranaggio?

Ecco, tutto questo non è colpa del gantt. Sì, ho scritto giusto. Non è colpa del gantt, ma il gantt è quello strumento che è diventato l’emblema della cultura direttiva, prescrittiva, utopicamente predittiva, dove le persone e il valore non sono al centro, ma solo piani e progetti che diventano il fine e non il mezzo per un obiettivo.

Per questo ribadisco e torno a dire “vedi quel file sul desktop, prendilo e piano piano trascinalo nel cestino!”

Amen.