di Tiziano Interlandi

Un approccio scientifico al nuovo management

Esiste un modo per essere più consapevoli delle nostre paure e abitudini?

Possiamo in qualche modo separare i nostri comportamenti automatici e in
qualche modo modificarli?

Abbiamo strumenti per poter comprendere meglio gli altri ed aiutarli in un
percorso di crescita?


L’aspetto moderno di questa area di studio è nell’affrontarlo dal punto di vista medico/scientifico, superando l’aspetto puramente psicologico/meccanicistico.

Ma cosa sono le neuroscienze?


“Le neuroscienze (o neurobiologia) sono l’insieme degli studi scientificamente condotti sul sistema nervoso.

[“ Essendo un ramo della biologia, le neuroscienze richiedono conoscenze di fisiologia, biologia molecolare, biologia cellulare, biologia dello sviluppo, biochimica, anatomia, genetica, biologia evoluzionistica, chimica, fisica, matematica e statistica, ma a differenza di altre discipline biologiche
attingono anche da ambiti di studio quali psicologia e linguistica.” E poi a riguardo delle Neuroscienze cognitive e comportamentali : “A livello cognitivo, le neuroscienze cognitive affrontano la questione di come le funzioni psicologiche sono prodotte dai circuiti neurali” .. “Le Neuroscienze sono alleate anche con le scienze sociali e comportamentali, nonché con campi interdisciplinari emergenti come la neuroeconomia, la teoria della decisione e le neuroscienze sociali come la neurosociologia per affrontare questioni complesse sulle interazioni del cervello con il suo ambiente.”
[wikipedia]


La definizione è abbastanza obbligatoria per portare il ragionamento su ambiti scientifici e giusto per dare un indicatore sull’utilizzo odierno di questi temi anche il marketing sta utilizzando pesantemente i concetti
legati alle neuroscienze.

La verità è che siamo molto più complessi di quello che pensiamo e troppo spesso, quando parliamo con gli altri, ci dimentichiamo che le performance non sono altro che il risultato finale di tutta la nostra storia, pensieri, abitudini. Cercare di incrementare le performance o i comportamenti di qualcun altro deve necessariamente passare dalla comprensione delle emozioni e della forma di pensiero della persona che abbiamo davanti.


Purtroppo però spesso siamo giudicati rispetto alle nostre performance ed ai nostri comportamenti.


Pensate al classico check annuale con il nostro responsabile per capire se abbiamo raggiunto gli obbiettivi prefissati.


Supponiamo di non aver fatto quanto concordato.

Difficilmente il ragionamento di un Manager atto a giudicare una performance passa dalla comprensione di emozioni e struttura mentale al fine di aiutare nella crescita individuale.


Il manifesto agile cita in uno dei suoi principi “Fondiamo i progetti
su individui motivati.

Diamo loro l’ambiente e il supporto di cui hanno bisogno e confidiamo nella loro capacità di portare il lavoro a termine.”, ma come possiamo quindi generare motivazione e soprattutto cosa è la motivazione?


Inutile negare che la motivazione è strettamente legata alla performance. Se ti piace quello che fai, se stai bene sul posto di lavoro (che non significa necessariamente essere socievole per essere chiari), se sono in una situazione psicologica “safe” sicuramente potrò dare di più, anzi sarà mio desiderio dare di più.

Il superamento (o meglio l’integrazione) della piramide di Maslow è ormai necessario, integrando con quanto le scienze moderne stanno facendo emergere.

In qualche modo i nostri bisogni solo legati a strutture biologiche, schemi mentali, funzioni cerebrali che hanno permesso al genere umano di evolvere in quello che siamo, ma mantenendo molti meccanismi che un tempo erano necessari per la nostra sopravvivenza e che oggi, in maniera
importante, decretano i nostri comportamenti nel bene o nel
male.


Alcune premesse sul nostro cervello

  • Il cervello è una macchina connettiva
  • Non esistono due cervelli uguali
  • E’ impossibile decostruire le connessioni esistenti
  • E’ facile creare nuove connessioni
  • Non riesce ad elaborare il “non”


Punto 1: il cervello è una macchina connettiva.

Sembra una cosa ovvia che il cervello crei connessioni, però
dobbiamo fare alcune precisazioni: Il cervello connette tutti i segnali esterni ed interni in modo consapevole ma soprattutto inconsapevole.


Le mappe neuronali che si creano determinano chi siamo, come pensiamo e ci comportiamo.


Le connessioni “inconsapevoli” non richiedono energia e sono ben radicate. Quelle “intenzionali”, che creano pensiero consapevole richiedono molta energia e sono più deboli.


Queste affermazioni sono buone e cattive, buone perché vuol dire che con pochissima energia il nostro cervello crea nuove connessioni, anzi anela nel farne di nuove e che ama la ripetizione di un comportamento (ovvero di una serie di connessioni) al fine di consumare meno energia possibile.


Un esempio su tutti: è molto facile iniziare a fumare, è molto
difficile smettere.


Punto 2: non esisto due cervelli uguali


Ovviamente visto il numero sterminato di connessioni è praticamente impossibile che due individui abbiamo un cervello identico, neanche 2 gemelli. Il tipo ed il numero di connessioni decreta come noi pensiamo.

Questo significa che è molto difficile applicare un modello valido per tutti.


Punto 3: E’ impossibile decostruire le connessioni esistenti

Questa è una bruttissima notizia.

Si dice che chi smette sarà sempre fumatore e purtroppo è vero. Biologicamente non è possibile disconnettere neuroni, ma solo crearne di nuovi.


E quindi come è possibile che un individuo smetta di fumare?


Sostituendo l’abitudine con un’altra più forte.


Il cervello preferirà il circuito più “saldo” e quindi quello che consuma meno energia.

Allo stesso tempo il circuito sostituito si “atrofizzerà”, ma pensate più ad un muscolo che non viene usato a vantaggio di altri che diventano forti.

Punta 4: E’ facile creare nuove connessioni


Il cervello ama creare nuove connessioni come risposta al continuo apprendimento necessario per la sopravvivenza dell’individuo.

Questa cosa non ha età.

Si dice che da giovani si apprende più velocemente ed è vero, ma non per un processo biologico particolare, ma semplicemente perché da
giovani abbiamo meno strutture «forti e quindi più facilità a creare connessioni pure che non vanno in conflitto con quelle esistenti (come negli adulti).

Da adulti abbiamo una struttura connettiva tale che diventa sempre più difficile sostituire strutture precedenti.


Punto 5: Non riesce ad elaborare il “non”

Non pensare ad un elefante…. Ecco che lo hai pensato.

Non fumare… ecco che ti accendi una sigaretta.

La negazione è qualcosa che passa attraverso l’affermazione ed è quindi
inutile dire di non fare qualcosa. Concentriamoci piuttosto su
cosa va fatto.

Concentriamoci su nuove connessioni

Nuove connessioni neuronali (dendriti) emergono dopo solo un’ora di sollecitazioni. La Ripetizione, l’ attenzione e feedback positivo sono gli ingredienti per rafforzare le nuove connessioni e quindi nuovi comportamenti.

Troppi pensieri insieme, rendono inefficiente il meccanismo di creazione di nuove connessioni (vedremo dopo il perché).

Le vecchie connessioni si atrofizzano se non vengono utilizzate per un periodo.

Occorre quindi alimentare il nuovo e non prestare attenzione a ciò che
vogliamo lasciar andare.


Un cervello o due?


Continuiamo a parlare della parte biologica del cervello introducendo un altro concetto: possiamo “rozzamente” dividere il cervello in due parti: il sistema limbico e la corteccia prefrontale.


Il sistema limbico è definito come il sistema del cervello responsabile di gestire le unità e la formazione emozionale di memoria.


Qui abbiamo “scolpiti” i nostri comportamenti ed emozioni.


Il cervello cerca sempre di risparmiare energia (ricavata da glucosio ed ossigeno) ed è per questo che cerca sempre di standardizzare e trasformare in abitudini i nostri comportamenti.


Le abitudini consumano meno energia rispetto a sperimentare nuovi comportamenti. Ritornando all’esempio del fumatore: il cervello consuma meno energia a rimanere fumatore invece di smettere.


Il sistema limbico è sempre all’erta per proteggerci, qui infatti si trovano tutti i meccanismi utili a sopravvivere ai pericoli.


Una considerazione non da poco: il cervello non distingue fra rischio fisico e sociale, ovvero reagisce con comportamenti difensivi contro un’aggressione armata quanto contro il rischio di perdere il proprio lavoro.

Per questo motivo dovremmo sempre tenere presente che le parole sono importanti, in quanto se usate scorrettamente sono vere e proprie armi.


Corteccia prefrontale


La corteccia prefontale è la parte del cervello che noi vogliamo
stimolare il più possibile in quanto sede di generazione dell’idee.


Qui abbiamo la creatività, il problem solving, il pensiero laterale, ma attenzione: se il sistema limbico possiamo considerarlo come un supercomputer con un hard disk enorme, la corteccia prefontale è più una RAM e può fare solo poche cose alla volta.


Ciò significa che la corteccia prefontale non riesce ad elaborare troppe informazioni contemporaneamente, costerebbe troppa energia. Per questo motivo il cervello delega al sistema limbico gran parte dei compiti e alla corteccia prefontale il compito di elaborare nuove idee che possono generare nuove connessioni da rendere stabili nella parte limbica.


Inoltre la corteccia prefontale ha il compito di: Coordinare e regolare il comportamento sociale.


La corteccia prefrontale ci aiuta a controllare gli impulsi e gestire le emozioni.


Permette lo svolgimento dei processi relativi alla personalità (essere più timidi, più audaci, più aperti alle esperienze…).


È sede della motivazione, della speranza e dell’impulso per raggiungere un obiettivo.


Ci consente di concentrarci, organizzare informazioni complesse e pianificare.


È sede della memoria di lavoro, quell’insieme di capacità cognitive con cui conserviamo le informazioni mentre sperimentiamo o facciamo qualcosa.


La brutta notizia è che possiamo attivare uno dei due sistemi alla volta: l’essere umano non ha ancora la capacità di creare un ponte fra i due mondi.

Ciò significa che o siamo in allerta o generiamo idee.


Il ruolo della chimica

Il corpo umano funziona con corrente e sostanze chimiche.


Cerchiamo di ridurre il ragionamento alle due che innescano il sistema limbico (automatismi ed emozioni) e corteccia prefontale (idee, problem solving, miglioramento).


Il cortisolo viene innescato in situazioni di stress e lo stress serve per farci superare le situazioni critiche.


La dopamina viene innescata a seguito della produzione di nuovi pensieri e nella motivazione. Ad esempio è importante nel meccanismo di ricompensa

Il ruolo del manager


Se il nostro mondo è definito dalle nostre mappe mentali allora ossiamo migliorare le performance stimolando le persone a cambiare i propri pensieri, le proprie cornici di riferimento, possiamo influenzare il modo in cui le persone percepiscono le situazioni.


I leader migliori aiutano le persone ad identificare le cornici mentali che ne limitano il pensiero e impediscono di rendere al proprio massimo, sostituendole con mappe più funzionali.


Management by Coaching


Se ne parla tanto, ma alla fine cosa vuol dire? Il cervello, volendo creare nuove connessioni, ama essere sfidato e quindi un manager moderno dovrebbe comportarsi come un coach.


Per permettere la creazione di nuove connessioni è importante che ognuno pensi a diverse soluzioni di un problema e che non siano altri a dare le risposte per conto tuo.

Come manager dobbiamo quindi essere consapevoli che dare soluzioni invece che porre le domande giuste è un qualcosa che fa regredire le
persone invece di aiutarle a crescere.

Questo è un meccanismo biologico.


Compito del Leader non è cercare comportamenti da modificare, è invece supportare le persone a stabilire nuove connessioni, nuovi comportamenti basati sui loro punti di forza.


IL MODELLO SCARF: preludio del Moving Motivators di Jurgen Appelo


Un modello che sicuramente utile è quello SCARF di David Rock.


A sinistra abbiamo tutto ciò che può innescare il sistema limbico e quindi farci entrare in una situazione automatica e di emergenza. A destra abbiamo tutto ciò che ci porta ad un meccanismo di soddisfazione e di ricompensa, ovvero generazione di idea e miglioramento (dove vogliamo agire).


Ora analizziamo uno ad uno i cluster di comportamento

Status


La percezione della propria posizione in relazione ad un’altra persona


Se ci percepiamo superiori, si attiva il corpo striato che fa aumentare la dopamina e abbassare il cortisolo. Lo Status è minacciato anche quando semplicemente si riceve un ordine, un consiglio o un’istruzione, tutti stimoli che spesso non si traducono in azione supportata da impegno.


Molti hanno necessità di alimentare costantemente il proprio status, ad esempio il classico “maschio alpha” che deve necessariamente risultare migliore degli altri. Lo status non è generale ma relativo a particolari competenze: un developer spesso ha la necessità di sentirsi il più bravo, un manager di essere il più bravo a gestire le situazioni.


Certezza


Il cervello è una macchina predittiva.


L’incertezza stimola il sistema limbico che presidia le emozioni.


Se non riesce a predire, il cervello usa molte energie per impegnare la corteccia prefrontale nello sforzo di fare attenzione all’errore e non all’obiettivo.


Facciamo un esempio tanto stupido quanto troppo spesso reale: “avere una data” è la necessità di certezza che in qualche modo evita al sistema limbico di andare in fase di stress.


Autonomia


Il cervello non sopporta le imposizioni.


Il cervello ama pensare di avere il controllo delle situazioni e di avere la possibilità di scegliere.


Avere una o più opzioni, impatta in modo positivo sui livelli di stress. Il famoso “piano B” o “Exit Strategy” aumenta il nostro livello di libertà lasciandoci liberi di avere nuove idee.


Relazione


Percepirsi dentro o fuori dal gruppo.


In assenza di relazioni sociali rassicuranti, il cervello percepisce una minaccia e classifica le persone come Amico o Nemico.


Per gli esseri umani è normale identificarsi in tribù. Essere non accettati innesca inevitabilmente un nostro giudizio negativo nei confronti di chi non ci accetta.

Fairness – Equità


Gli scambi equi rappresentano una ricompensa intrinseca.


Si attivano aree del cervello associate alle ricompense primarie.


In presenza di trattamenti iniqui, si attiva la parte insulare del cervello connessa alla sensazione di disgusto. Uno su tutti? Perché lui guadagna più di me?


La minaccia si riduce usando la trasparenza, la comunicazione e il coinvolgimento.


Un modo per far generare idee


E’ necessario stimolare il pensiero autonomo (per creare nuove connessioni e idee) focalizzandoci sulle soluzioni (con l’aiuto di un coach o di un facilitatore). Essere sfidati è un modo.


E’ importante accentuare il positivo invece di focalizzarsi sugli aspetti negativi e privilegiare il processo e non il contenuto (il coach non deve giudicare ma aiutare tramite la guida di un processo).


Tutti questi punti cercano di fatto di farci uscire dalla zona di comfort che, alla luce di quello che abbiamo detto, non è altro che l’utilizzo continuo del nostro sistema libico.


Nel prossimo articolo Andrea Feraco racconterà la pratica del Moving Motivators di Management 3.0, una pratica che sembra prendere molti aspetti dal modello SCARF.

Questo articolo ci è sembrato obbligatorio perché troppo spesso queste pratiche sembrano attività da “abbracciatori di alberi”, ma al contrario
hanno alla base una forte scienza a differenza di tante altre pratiche che di scientifico e matematico non hanno proprio nulla (tipo il Gantt).